Ma sono tutti dislessici i bambini di oggi?

 

bambini-che-leggono-insieme-un-libro-50771969

Riflessioni di una psicologa

Di Paola Federici

Da diverso tempo mi giungono sempre più numerose le richieste di genitori in ansia, in preda alla preoccupazione di avere un figlio dislessico. Sembra diventato il male del secolo.

Certamente fino a qualche decennio or sono i bambini con problemi di dislessia non venivano riconosciuti. Il problema non era preso nemmeno in considerazione. In sostanza non se ne parlava, quindi non esisteva. I poverini erano definiti asini, svogliati, pigri, poco interessati, con poca memoria e alla fine lasciati perdere al loro destino, con ovvie conseguenze negative sia scolastiche che emotive.

Un trattamento da “somaro” porta sempre strascichi negativi in un bambino in crescita, paragonato di continuo ai compagni “più bravi”, più volonterosi, più in tutto. Talvolta ai problemi di lettura si sommava la discalculia, la difficoltà a fare i calcoli,  le banali quattro operazioni. Un tempo alcuni ragazzini non finivano nemmeno la quinta elementare, altri mollavano dopo la prima media o dopo due ripetute bocciature. Ma senza alcuna diagnosi in merito: incapaci, svogliati, non interessati. La scuola espelleva in fretta i ragazzini, che andavano a lavorare a 11 anni o frequentavano un corso professionale pratico, di due o tre anni al massimo, che insegnava loro un mestiere, dove di solito eccellevano e riconquistavano la fiducia in se stessi. Ma rimaneva  nell’angolo più profondo della loro personalità quell’ansia improvvisa di trovarsi, nel corso della vita, di fronte a un testo e non riuscire a leggerlo in pubblico, o dover scrivere sotto dettatura e non farcela.

Perchè  oggi cosi tante richieste di valutazioni per diagnosi di dislessia?

Sappiamo tutti che negare un problema non vuol dire che non esista. Anche se è stato fatto così per decenni.  Ma oggi sembra stia accadendo l’esatto opposto, nel senso che ho dubbi che si stia davvero esagerando. Sono davvero molte le telefonate che ricevo – e io lavoro come privata – so che le strutture pubbliche preposte per legge ad effettuare i tests per eventuale dislessia sono strapiene, con liste d’ attesa di almeno due anni, a volte anche di più . Tempo perso prezioso: se un bambino è dislessico a 6 anni e viene subito diagnosticato, viene aiutato nell’immediato, ha maggiori possibilità di recupero rispetto a un bambino di 8, 9 anni, mentre la situazione peggiora se la diagnosi viene effettuata in prima media.

Accade cosi che sempre più genitori, invitati dagli insegnanti a richiedere una valutazione con tests appositi, cadano nel panico, quando si trovano di fronte un muro di due o tre anni di attesa nei Centri di servizio pubblici.

Il bello è che la legge impone l’obbligo che tali valutazioni avvengano in strutture pubbliche, in caso si segnalazioni dei docenti, ma il numero di bimbi da valutare supera i tempi accettabili, a causa del personale esperto insufficiente. E così, la maggior parte dei genitori, si rivolge a psicologi privati.

Un’altra assurdità, capitata anche alla sottoscritta,  è che dopo aver fatto tutti i tests diagnostici – in un caso di ADHD, disturbo da deficit di attenzione e iperattività – i risultati, pur adeguati, vennero rifiutati dalla scuola e da chi doveva richiedere i supporti previsti dalla legge, perchè la diagnosi doveva provenire da una struttura pubblica. Occorre, tra l’altro, che sia una equipe a effettuare l’indagine, composta almeno da uno psicologo, un neuropsichiatra e un logopedista.

snoopyQuali le cause, è sempre e solo dislessia? O carenza di metodologia di studio, ambiti culturali diversi, ansia eccessiva di genitori preoccupati?

Si può comprendere la preoccupazione dei genitori di fronte alla richiesta degli insegnanti di una diagnosi, nel dubbio che il proprio figlio sia dislessico, disgrafico, quando si trovano a dover anche aspettare anni per avere una conferma o una rassicurazione che non c’è nulla di tutto ciò. Ma intanto il bambino come fa? Come procede? Dovrebbe seguire i programmi ma i metodi per riuscirci non glieli insegna nessuno. Si dovrà arrangiare, perdendo quasi sempre terreno, spesso i genitori, se possono,  lo mandano a lezione privata, già dalle scuole elementari o dalla prima media. Uno scollamento tra richieste scolastiche e mancate risposte del pubblico che rischia di ricreare gli asini di antica memoria e danni nella considerazione di se stessi, spesso non più superabili. Molte famiglie non possono proprio fare nulla, nè pagarsi le indagini diagnostiche presso equipe private o convenzionate, se riescono a trovarle: per molti bambini un ritardo di due o tre anni significa perdere anche punti nel livello di Q.I., senza gli stimoli adeguati perdono il treno e non fanno più nulla.

Dubbi e riflessioni

  • Diamo pure per certo che in passato i dislessici fossero non riconosciuti e bistrattati. Ma oggi c’è da chiedersi perchè mai le richieste di valutazione per dislessia provenienti dalle scuole siano così numerose. Molte richieste potrebbero essere evitate, per lasciare cosi maggiore spazio a coloro che ne hanno veramente necessità.
  • Perchè il tasso dei dislessici e disgrafici pare cosi aumentato negli anni? Ipotizzando che tutte le richieste non trovino conferma, cosa che accade, ma in misura leggera pare che quasi tutti questi alunni abbiano una qualche forma , anche minima, di dislessia, disgrafia, o discalculia. Possibile?
  • Ma non è che gli insegnanti, alle prime difficoltà, trovano più rapido – magari anche per mettersi al riparo da possibili errori di valutazione – inviare gli alunni ai Centri per la diagnosi della dislessia, piuttosto che tentare di approfondirne i motivi, per esempio la capacità organizzativa del bambino, la sua autonomia generale, l’età (talvolta sono sufficienti pochi mesi in meno della media all’ingresso nella scuola dell’obbligo a fare la differenza), il grado di responsabilità dei bambini, il fatto che siano seguiti nei compiti da un genitore o da qualche adulto, soprattutto nelle prime classi, piuttosto che abbandonati a se stessi.
  • E’ certo che risulta pià facile affidarsi a un “esperto” in materia, mentre a volte basterebbe in taluni casi, allenare l’alunno a una graduale autonomia e responsabilità.
  • Non è che a scuola teme di “rallentare” lo svolgimento dei programmi, e invece di avere presente gli alunni che si trova davanti, guarda rigidamente al cosiddetto “programma”, che va terminato ad ogni costo?
  • Non è che nessuno ha mai insegnato un metodo di studio adatto ai bambini delle scuole elementari e a quelli delle medie, che non riescono nemmeno a segnare i compiti da svolgere nella pagina giusta del diario o non hanno mai preso l’abitudine di usarlo?
  • Sappiamo che ognuno di noi ha un metodo di studio adatto alla propria modalità di apprendimento. Non mi risulta che a scuola si parta dall’insegnare i metodi. Alcuni alunni se li trovano da soli, o hanno un’ottima memoria uditiva, stanno attenti in classe e non hanno problemi. Altri tendono a distrarsi, possono arrivare da ambienti meno acculturati e certi termini suonano oscuri, difficili, poco usuali nella loro vita quotidiana. Basterebbe questo per incontrare difficoltà nell’apprendimento, nella comprensione di ciò che si legge. Come dire “leggo ma non capisco”.

(Fine Prima parte) – a breve segue la seconda parte: “Genitori iperansiosi, bambini nel panico

Studiare ciò che piace è più facile che costringersi verso ciò che non si sente

Studiare ciò che piace è più facile che costringersi verso ciò che non si sente

notte-buia-e-tempestosa

Scrivere nero su bianco a ruota libera i propri desideri e obiettivi aiuta a fare chiarezza

Scrivere nero su bianco

Questa voce è stata pubblicata in Articoli, Psicologia infantile. Contrassegna il permalink.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *